UGO TOGNAZZI

Goliardico, irriverente e irresistibile nelle sue interretazioni, così potremmo definire icasticamente Ugo Tognazzi, uno dei più grandi protagonisti della commedia all’italiana. Scomparso nel 1990, Tognazzi ha lavorato davvero con quasi tutti i grandi registi italiani. Cremonese, quindi lumbard, non nascondeva le sue origini, anzi amava integrarle nelle sue maschere (tragiche o comiche) attraverso una battuta o una parola in dialetto, che coloriva il personaggio o la scena.
Seppure avesse iniziato la carriera attoriale quasi per hobby, organizzando durante la guerra degli spettacoli di cabaret per i suoi commilitoni, Tognazzi raggiunse l’apice del successo anche grazie all’incontro con un altro grande attore comico, Raimondo Vianello, che lo volle con sè nel programma televisivo comico Un, due, tre. La sua vena provocatoria e irrisoria fu sfruttata anche da molti registi per ruoli più imbarazzanti o addirittura interpretabili come “politicamente scorretti”, come la satira che è tratteggiata nella trilogia del Vizietto o nelle venature maschiliste di alcuni personaggi della commedia erotica da lui interpretati.
Sensibili alle “parti scomode”, il ruolo in cui riuscì a restituire il suo lato buio e amaro fu La tragedia di un uomo ridicolo (1981) di Bernardo Bertolucci, (Palma d’oro per il migliore interprete a Cannes) dove vediamo Tognazzi nei panni di un piccolo imprenditore, cui è stato rapito il figlio, è lo specchio del conflitto generazionale che sommoveva la società italiana, dell’impotenza di un piccolo borghese che reagisce con pragmatismo e autismo di fronte alla pazzia del terrorismo.
Argomento, quest’ultimo, di cui non ha avuto paura di burlarsi da irresistibile e fiero goliarda qual era, sempre con l’espressione di disgusto stampata in faccia. Nel 1979 accettò di far parte dello scherzo, architettato dal giornale satirico «Il Male», fingendo di essere il “grande vecchio” delle brigate rosse, rivendicando fieramente il «diritto alla cazzata».

 

Con una sceneggiatura premiata nel 1980 al Festival di Cannes e il Nastro d’argento sempre per la sceneggiatura, La terrazza è un’altra impresa che segna la firma di Ettore Scola. Lo sfondo è appunto una terrazza romana che accoglie periodicamente vecchi amici e colleghi che amano discutere di vari argomenti. Il film comincia la narrazione dei giorni successivi di uno di questi incontri e narra da cinque prospettive diverse, che sono i cinque punti di vista di personaggi diversi. Avremo uno scrittore cinematografico senza ispirazione, un giornalista fuori moda che cerca di riconquistare la moglie, un funzionario RAI depresso, un produttore cinematografico alle prese con i capricci cinematografici della moglie e infine un deputato del PCI invischiato in una relazione adulterina. Sarà ancora una volta la terrazza a rappresentare lo scenario di chiusura di queste vicende, esattamente un anno dopo l’inizio della narrazione.

Paese di produzione: Italia

Anno: 1980

Durata: 150’

Regia: Ettore Scola, 1980 – 150’

Soggetto: Agenore Incrocci, Furio Scarpelli, Ettore Scola

Cast: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Serge Reggiani, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Milena Vukotic, Ombretta Colli.

Musiche: Armando Trovajoli

Lingua originale con sottotitoli in greco

La terrazza focalizza la propria attenzione sulla crisi dei valori e degli ideali di una certa società italiana: Scola riflette il disagio, la disillusione e il fallimento di un’epoca e della sua rivoluzione, da cui emerge un affresco corale di una borghesia e di un ceto medio-alto che ha smarrito ogni ideale. La commedia umana che prende vita è figlia di situazioni ridicole, tristi e brucianti in cui i protagonisti sono vittime di una quotidianità e di una realtà che non riescono a dominare, preda di falsi ideali e di un’ipocrisia opprimente che li rende, giorno dopo giorno, sempre più depressi e avviliti. L’esistenza dei protagonisti è svuotata di ogni senso, le loro vite rimangono aggrappate ad una nostalgia di un passato rigoglioso, ad un fermento che non c’è e ad una felicità e una giovinezza inarrivabili.

La struttura episodica de La terrazza, nonostante tutto, possiede una propria compattezza e una linearità tematica che non abbandona mai il sottotesto drammaturgico delle scene. Dopo i diversi segmenti narrativi, che permettono alla trama di dipanarsi e affondare nei drammi dei protagonisti, la storia torna sistematicamente ad abbracciare il luogo principale della pellicola, quella terrazza che è il centro, l’agorà, il palcoscenico della commedia umana che sottende un valore simbolico, che un po’ ricorda il teatro di Via Veneto della Dolce Vita di Federico Fellini.

dal 26.3 al 8.4
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